© 2014 by Patrizia Bisi

Nepal rosso rubino

Il Nepal. Sfaccettato come un rubino nella diversità del territorio: dalle foreste tropicali delle zone pianeggianti del Terai, nel confine con l'India, alle vette del tratto di catena Himalayana che lo separa dal Tibet. Sfaccettato nella diversità di etnie, culture, tradizioni e religiosità che convivono pacificamente fianco a fianco. Un rubino rosso come il colore della bandiera nepalese, su cui spiccano un arco di luna e un sole raggiante a rappresentare la natura pacifica e fiera del suo popolo. Rosso come il tilaka, il grumo pastoso apposto al centro della fronte a identificare il terzo occhio, dove si concentrano le energie spirituali. 

Rosso come gli abiti dei monaci buddisti, gli scialli delle donne e i loro sari, pennellate di porpora emergenti nella folla caleidoscopica dei vicoli, le piazze, i templi dove si svolge frenetica e pigra la vita della comunità. Rosso come il sangue versato nei dieci anni di “guerra del popolo” che ha portato alla fine della monarchia e la proclamazione della Repubblica Democratica del Nepal. 

Un rubino prezioso. Per l’immenso patrimonio artistico e naturale. E il patrimonio umano di una popolazione povera di tutto ma ricca di altra ricchezza: bellezza, fierezza, dignità.

Dove la mente sconfina leggera

 

L’Himalaya. Una catena che invece di chiudere, apre. E lo sguardo spazia, valica colline, sale e scende per sentieri calpestati tra foreste e macchie, percorre vie sterrate che costeggiano terrazze coltivate tra i gialli i verdi gli ocra i rossi della terra, un immenso patchwork che riveste le vallate e i pendii finché c’è solo roccia, ghiaccio e cielo. Dove la mente sconfina leggera, quasi il vento che soffia attraverso le foreste arrampicate a dorso di collina l’attraversi scrollando pensieri appassiti come foglie caduche e lasciando sui rami le gemme. 

Come regine detronate

 

Sono "specialmente" belle le donne nepalesi. Le vedi piegarsi con tutta la schiena sotto il peso del cesto in cui trasportano pietre e mattoni, il viso indurito, contratto dallo sforzo, le vedi camminare nascoste da balle di fieno come pagliai semoventi su due caviglie ossute. Ma quando si liberano del carico vedi tornare il sorriso, la luce nello sguardo, la grazia dei movimenti di corpi che la natura ha dotato quasi a compenso della durezza della loro vita, da quando si fanno madri bambine di fratellini e sorelline da accudire, a quando devono accudire il marito, i figli, la casa, la terra e le bestie. Una vita che scava i loro volti di solchi profondi ma non le umilia. Perché sono tenaci, forti. La forza che si nasconde dietro la loro femminilità, e quando si mostra le fa fiere come regine detronate.

Al Children Village

 

Ci troviamo alle pendici del Machapuchare, nella catena dell'Himalaya. A Bhakunde, 8 km da Pokhara, 200 km da Kathmandu. In questo "villaggio" ci sono quattro case, ciascuna con 20 residenti di età variabile dai 3 ai 15 anni, c'è una scuola - materna, pre-primaria e primaria - un campo di pallone e un campetto giochi, l'orto, il giardino. Un piccolo angolo di paradiso, se il Children Village non fosse un centro di accoglienza per orfani e semi-orfani che vengono da situazioni di estrema povertà, ciascuno portatore di memoria del tempo trascorso in qualche girone dell'inferno infantile di miseria, abbandono, abusi, violenza... (continua)

 

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